Strapaese

La fisica quantistica ci insegna che ci sono un bordello di dimensioni.

C’è un mondo in cui:
– Faccio una donazione del magazzino sito in corso Vittorio Veneto all’affittuario che mi deve ancora 2.400 euro.
– Dico a quello che mi deve 1.700 euro che se li può tenere.

C’è un mondo in cui:
– Mando una lettera di sfratto all’affittuario che mi deve ancora 2.400 euro.
– Mando una lettera dell’avvocato a quello che mi deve 1.700 euro.

C’è un mondo in cui:
– Contatto la mafia per fare visita all’affittuario che mi deve 2.400 euro.
– Contatto la mafia per fare due chiacchiere con quello che mi deve 1.700 euro.

C’è un mondo in cui:
– Organizzo con l’ISIS la chiusura del paese di Favara tra mura altissime e gli do fuoco col napalm.

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Quando finisce? Quando finisce? Quando finisce?

La noia non esiste.

– Ciao cugino, stasera facciamo una rimpatriata con tutti i miei fratelli e mia mamma. A Cattolica. Alle 20.30. Vieni?
– Sì!
– Sulla strada di Porto Empedocle c’è sempre un manicomio. Parti intorno alle 19.00.

L’ultima volta che li ho visti tutti insieme avrò avuto dieci anni.
La sensazione di famiglia è la stessa di quella che provi dentro l’utero di tua madre.
E’ una grande occasione per riscoprire emozioni sepolte sotto questa maschera di adulto.

Alle 18 c’è la cena sociale con gli amici, in video conferenza. Posso anche guardarla mentre mi vesto.
Alle 18.55 arriva Paolo col motorino. Ci siamo conosciuti da poco e vogliamo fare amicizia. Non posso mandarlo via così. Gli offro una birra. Ha sempre una canna enorme tra le dita.
– Fumi?
Alla fine gli dico che devo andare a Cattolica Eraclea per una cena con tutti i parenti.

19.30.
Tutta la gente del mondo torna dal mare.
E io sono intrappolato in una punto nera.
Noia.
Che vuol dire?
Non mi va di sentire musica. Non mi va di scrivere messaggi. Non mi va di chiamare nessuno.
Stamattina ho fatto meditazione. Meditare vuol dire stare con quello che c’è.
Che cosa c’è adesso?
Niente. No, aspetta.
C’è un desiderio: non voglio stare qui.
Perché, qual è il problema di stare qui?
Non so cosa fare. Non posso produrre nulla. Non posso sistemare casa, non posso stampare i documenti che mi servono domani, non posso studiare, non posso scrivere, non posso suonare. Non posso distrarmi.
Non voglio stare solo con me stesso.
Mi sento in colpa.
Potevo mandare via Paolo. No, non potevo. L’ho mandato via il prima possibile. Non è stata colpa mia.
L’universo è una serie di eventi necessari. Ciò che deve accadere accade.
Il tempo non passa.
Come quando l’Ayahuasca ti prende male. Ogni secondo dura un secolo e sai pensare solo a una cosa: “Quando finisce? quando finisce? quando finisce? quando finisce?”
Come quando sei sul letto di morte. Non hai più niente e non sei più niente.
E l’unica soluzione è l’unica soluzione per ogni occasione: arrendersi.
Come quando sei poverissimo, fuori fa freddo, e tu non hai le scarpe invernali. La soluzione è semplice: non esci.
Stai con quello che c’è. Qualunque cosa sia. Smetti di controllare. Rinunci a tutto.
E alla fine non è così male. Non dover più essere un pubblicitario, o un artista, o un insegnante, o un barista, o un imprenditore, o un poliziotto, o un medico, o un dirigente, o un padre, o un figlio, o una brava persona, o una cattiva persona, o bella, o brutta, o grassa, o bassa, o magra, o intelligente, o divertente, o noioso, o famoso, o sconosciuto, o vivo, o morto.
Non dover fare niente per dimostrare nulla a te stesso e agli altri.
Non dover aver fretta per essere altrove a provare chissà quale piacere, che rispetto a questo è ormai nulla.
Apprezzare la vita. Apprezzare la Natura. Apprezzare Dio.
Amare Dio.
Nient’altro ha più importanza ormai.

E ho fatto solo due tiri!

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Due storie d’amore

E’ una caldissima domenica di luglio.
Dopo aver pagato il conto, io, Carmelina e il suo ragazzo siamo al bancone del bar dove loro due stanno bevendo il caffè.

Entra questa ragazza bellissima.
Mi innamoro.
Lei ricambia il mio sguardo.
(Le sorrido e dico: “ciao” da lontano.
Anche lei dice: “ciao”.)
Chiede della toilette e sparisce in fondo al corridoio.

Io, Carmelina e Ale usciamo.
Devono darmi una valigia da portare in Sicilia dopo domani.
La vedo uscire dal locale e andare lungo viale Monza in direzione Loreto.
(Corro verso di lei dicendo “Hei, aspetta!” Lei si ferma e si volta.
“Ciao, Io sono Davide.”
“Ciao, io sono Helen”, mi dice in Inglese.
“Sei una modella vero?”
“No, sono un’insegnante d’inglese.”
“Ah! Anch’io faccio l’insegnante! Ai bambini. Alla scuola primaria.”
Accetta il mio passaggio verso Loreto. Ci scambiamo i numeri e mi dice che verrà a trovarmi in Sicilia ad Agosto.)

La osservo allontanarsi e me ne torno a casa.
E penso che sarebbe stato bello fare tutte le cose che ho messo tra parentesi.

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Non devi essere figo

D’estate a Milano spuntano i parchi.

Parcheggio vicino al primo che trovo.
Non so se è solo un mio problema, ma io mi sento continuamente osservato. Come se qualcuno dovesse da un momento all’altro rimproverarmi.
Ogni azione che faccio la sento come potenzialmente illegale.

Cammino sull’erba. Si potrà fare? Siamo in un parco. Vabè, io lo faccio.
Trovo uno spazio né troppo isolato, né troppo vicino a qualcuno. Non vorrei essere giudicato asociale o molestatore.
Stendo l’enorme telo di Bob Marley sull’erba. Sì, a volte me le cerco.

E’ proprio questo che sono venuto a fare al parco: cercarmele.
Mi sono rotto di questa continua paura del giudizio.
E’ una cosa che mi sono inventato io, e deve finire.

Mi siedo, incrocio le gambe, apro il quaderno e scrivo. E’ molto più facile scrivere a casa propria. Da solo, nella tua stanzetta. Nessuno ti guarda e ti senti libero. E invece no, io lo faccio qua.
C’è un sole da film western. Mi tolgo la camicia. Il problema non è se sono troppo magro, se ho abbastanza muscoli, se sembro bello o brutto. Il problema è che ti sei tolto la camicia in un luogo pubblico. Si potrà fare? Certo, è un cazzo di parco!

Ma la vera sfida inizia adesso.
A cento metri da me c’è un campo di bocce con dei vecchi che giocano. Accanto ci sono due panchine. Su una ci sono altri tre vecchi che parlano, l’altra è vuota.
Sfida accettata.

La difficoltà è sempre la stessa: per essere sicuri di essere dei fighi la cosa migliore è non fare nulla. Bisogna essere l’uomo Denim, l’uomo che non deve chiedere mai.
Ma quest’uomo è un coglione. E’ uno che ha paura che gli dicano di no e che poi lo prendano in giro. Fa tutto il figo, ma la sua vera immagine è quella di un bambino tremante in un angolino.
Inizio con il mantra: “non devo essere figo, non devo essere figo, non devo essere figo…”

Facciamolo. Mi alzo, metto il telo e il quaderno nello zaino e vado a sedermi sulla panchina vuota.
Guardo la partita per quindici minuti. Poi, dopo un po’ di mantra, chiedo ai vecchietti della panchina accanto come funziona per giocare. Quello con la barba e l’ossigeno portatile mi dice che appena finiscono entriamo tutti. E mi spiega un po’ di regole. Hanno tutti voglia di parlare, ma Pietro è il più coraggioso.

Quando la partita finisce Pietro insiste perché io giochi anche se forse non avrò tempo per fare un’intera partita: “tanto se esci ti sostituisce qualcuno.” Nel frattempo sono arrivati altri signori.
Appena entriamo in campo gli chiedono: “Pietro, è tuo nipote?”
“No, è un signore che passava di qua.”
Questo significa:
A) Che questa sensazione di star facendo qualcosa di strano non è solo nella mia testa.
B) Che sto facendo la cosa giusta.

Ovviamente sono il più scarso e perdiamo la partita. Ma quando li ringrazio e li saluto sono tutti contenti.

(Foto originale)


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Rivelazione

La mia famiglia non era proprio una famiglia normale.
Verso i 15 anni ho iniziato a scrivere. Ogni sera, sul letto, prima di dormire.
Avevo trovato il modo di poter essere me stesso. Almeno su un quaderno.
E questo è tutto. E l’ho capito solo ora.
Poi questa cosa dell’arte è diventata un lavoro. Dire la verità per lavoro.
E per un certo tempo sono stato felice.
Poi ho smesso. Perché non si esce da una famiglia così senza conflitti con sé stessi.
E ora, per fortuna, mi sono ricordato:
l’arte è il posto dove puoi essere te stesso.
Non dimenticarlo più.

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Maestre e zombie.

Come vere signore rispettabili, ci alziamo presto, prepariamo la colazione ai nostri figli, il caffè a nostro marito e usciamo.

Da come ci guardano il bidello e le colleghe si capisce che abbiamo azzeccato l’abito. Sembra quasi che non si accorgano che siamo vestite, se non per una piccola espressione di rispetto per la sobrietà e per quel pizzico di eleganza che ci contraddistingue.

Ma non siamo qui per loro. Noi abbiamo una missione: educare i bambini. Trasformarli, cambiarli, farli diventare adulti. Sono loro il nostro obiettivo.

“Buon giorno bambini.” Siamo molto gentili, soprattutto all’inizio dell’anno. Non vogliamo che si spaventino. Facciamo insieme dei cartelloni di benvenuto che attaccheremo al muro. A loro piace, disegnare, colorare, mostrare che sanno scrivere delle lettere. Sono felici.
Ci seguono, ci ascoltano. Sono bravi, sono calmi, sono silenziosi.
Possiamo iniziare.

Prove d’ingresso.
Bisogna capire cosa sanno e non sanno fare.
Stanno un’ora a fare delle schede.
Uno di loro, Mattia, prende lo zaino, si alza e va verso la porta.
Gli chiediamo: “dove vai?”
“A casa”, risponde.
E ridiamo come le matte: “Ma non puoi andare a casa. Fuori non c’è la mamma. Vuoi perderti per strada? Come fai a tornare a casa senza la mamma?”

Impareranno tutti che non bisogna alzarsi senza il permesso, che non si può uscire dalla classe, che non si può non fare i compiti, che non si può giocare mentre si lavora, che non ci si tolgono le scarpe in classe, non si grida, non si danno pugni, non si corre, non si ride, non si piange, non si scherza, non si gioca con il cibo, non ci si arrampica sugli alberi o sullo steccato in giardino, non si parla.
Zitti. State zitti.

La più grande soddisfazione, dopo anni di lavoro, è vederli uscire dalla quinta elementare completamente cambiati. Certo, ognuno ha la sua personalità. Ma sono tutti bravi, composti, educati.
Per noi l’indizio è quel sorriso. Una volta ridevano o piangevano quando ne avevano voglia. Adesso sanno esattamente quando e come sorridere. Mentre ti danno la mano per congedarsi dalla scuola elementare.

E poi torniamo a casa. Esauste. E’ un lavoro usurante il nostro. Provate voi a rimproverare continuamente qualcuno dalla mattina al pomeriggio. Per il nostro corpo non è diverso se litighiamo con un adulto o con dei bambini. Provate a litigare con qualcuno per quattro ore di fila, ogni giorno, per tutta la vita.

Ma è una missione. E la portiamo a termine con piacere. Anche solo per riuscire a vedere quel sorriso.

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Cose che non si possono dire.

18:00
Lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico…

19.00
Lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico…

20.00
Lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico, lo pubblico o non lo pubblico…

20.17
Lo pubbl…

(Trovato su whatsapp).

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Come diventare fascisti.

Migliaia di libri scientifici, professori universitari, ricercatori, dottorandi, cercano di capire ogni giorno se il sistema scolastico italiano funziona oppure no.
Ma basta un’emozione a darti la certezza.
La certezza che funziona benissimo.

– Zia com’era il nonno?
– Era buono, ci diceva sempre di sì. Non era uno di quelli autoritari.
– Ma com’è possibile che mio padre fosse così autoritario?
– Era la scuola a farli diventare così.

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Per conquistare una ragazza basta esistere.

Puoi farti mille corsi online sulla seduzione, imparare le strategie più segrete, vestirti con i giubbotti di pelle più fighi o comprarti il profumo a base di ormoni di scimpanzé.
Ma c’è un solo motivo per cui non hai successo con le ragazze.

Chiami Valentina perché speri che te la dia.
– Andiamo in birreria così mi racconti cosa ti è successo nell’ultimo anno?
Lei, miracolosamente, ti dice di sì e mentre siete in birreria tu ti fai davvero raccontare quello che ha fatto durante tutto l’anno, anche se non te ne frega proprio un cazzo (e neanche a lei, idiota).
– A casa ho questo wiskey che ho preso al duty free e mi è costato 60 euro. Così vedi anche casa nuova.
– Ok. Ma lo assaggio soltanto.
Ok, questa ragazza è scema. Dopo una serata a base di Marco Masini, accetta di venire a casa tua. Vedi un po’ come te la giochi.
Incredibile, riesci davvero a passare il tempo a degustare il wiskey, commentando le sue proprietà organolettiche, di cui, tra l’altro, non sai proprio un cazzo. Sperando che un miracolo accada e si accenda la minima passione sessuale, che al momento è per entrambi sotto il livello Panda.
Livello che si abbassa ulteriormente grazie al freddo cane che fa fuori quando la riaccompagni a casa.

Tu hai Paura. Paura di un rifiuto, paura di sembrare stupido, paura di essere te stesso.
L’unica cosa che funziona con le ragazze, e non solo con loro, è la verità.
Cosa accadrebbe se dicessi davvero quello che pensi invece di far finta di essere un bravo amichetto? Invece di essere così falso, così bugiardo, così…bleah, che schifo! Sei ripugnante. Sei viscido.

Fai qualcosa per superare le tue paure.
Inizia ad esistere.

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La stronza del cuore.

Whatsapp.
Davide, 5.45:
Cane, se vuoi possiamo andare stasera al sushi invece di domani.
Carmelina, 16.30:
Ok, anche se mi fa un po’ male la pancia perché non ho fatto la cacca.

Poporoya Sushi Bar, Milano.
Davide: Tua madre adesso vuole più bene al tuo ragazzo che a me.
Carmelina: Non è vero.
Davide: Al buffet del matrimonio gli andava a prendere gli antipasti. Appena vi lasciate ti lascio sola pure io, poi la chiamo e le dico: “Guarda com’è sola tua figlia, così impari.”

Giardini di via Palestro, Milano.
Carmelina: Ma l’acqua che esce da questi cosi si può bere?
Davide: Certo, è come quella che esce dal rubinetto.
Carmelina: Aspetta che riempio la bottiglia.

Davide: Cosa…
Splash!
Splash!
Splash!
Davide: Testa di cazzo! Non c’è più il sole, ora non si asciuga più.
Carmelina: Gne gne gne gne. E comunque mi dovevo ancora vendicare per il secchio con l’acqua sporca.

Porta Venezia, Milano.
Davide: Mi sa che fai prima a prendere la metro.
Carmelina: Certo.
Davide: Ho un biglietto, tieni.
Carmelina: Ho l’abbonamento. Dammi un bacetto che scendo da qui.
Davide: Ok, ciao.
Carmelina: La maglietta è ancora bagnata.
Davide: Figlia di buttana.

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